Cultura e AI: le nuove frontiere dello scontro di classe
Secondo molti opinionisti ed analisti delle tendenze sociali degli ultimi anni, l’avvento dell’AI, al di là degli utilizzi professionali e tecnici, sta rivoluzionando le modalità di fruizione della cultura e dell’informazione. Non sempre, secondo questi pareri, in termini positivi. Infatti sembrerebbe che l’AI sia sempre più diffusa a livello “popolare”, diventando il principale media di apprendimento. Con tutti i lati positivi e negativi del caso. Perché, se è vero che chiunque può porre domande ai vari modelli e riceverne risposte più o meno soddisfacenti, questo non porta quasi mai ad una vera e propria crescita, ad un pensiero critico e allo sviluppo del pensiero laterale. Anzi, il più delle volte ci si accontenta della risposta preconfezionata. Questo porta ad un livellamento verso il basso, secondo modelli omologati e preimpostati che di fatto determinano, se non addirittura veicolano, la nostra curva di apprendimento. Di contro, la crescita culturale reale, fatta di letture, analisi critiche, stimoli creativi, viene relegata a classi più agiate della popolazione, che possono permettersi modelli e strumenti di apprendimento che stimolino la crescita esponenziale del cervello. Vale a dire, quello che era del tutto comune fino a pochissimi decenni fa, ora è diventato un fenomeno elitario (a questo proposito, clicca sul link in calce al testo per saperne di più). È vero? Non è vero?
Un scelta di immediatezza o una necessità economica?
Sicuramente, come in tante cose, la verità sta nel mezzo. Due sono i punti cruciali a favore dell'AI: 1. Praticità: l’AI rende tutto più semplice ed immediato. Ma si ferma ad un livello minimo, oltre il quale deve necessariamente esserci un’attività volontaria di ricerca ed analisi dell’individuo. Una volontà che necessariamente deve formarsi nel contesto familiare e sociale di provenienza. È normale che se, per fare un semplice esempio, un adolescente non riceve stimoli culturali, ma viene lasciato con un device mobile nelle mani, quello diventerà il suo universo. Il giovane cercherà sempre la strada più facile e comoda. È come, usando una semplice metafora, voler passare a pieni voti gli esami universitari studiando su sunti da 100 pagine anziché sui tomi indicati sul programma dalle mille pagine in su (spesso molte di più, chi ha studi umanistici sa bene di cosa parli). 2. Costi: la cultura ha un prezzo spesso molto elevato. Di contro, realizzare prodotti con l’AI spesso ha costi ridotti se non nulli. Produrre in ambito culturale, che sia pubblicare un libro, allestire uno spettacolo, studiare a determinati livelli, realizzare un film, invece necessitano di esborsi notevoli, spesso improponibili per il cittadino medio. Anche la loro fruizione non è esattamente agevole per molte fasce di reddito, senza entrare nel merito critico sull’aumento di prezzi di volumi, di biglietti, di accesso ad eventi.
Corsi e ricorsi storici
Se però ci soffermiamo un attimo a fare un’analisi storico-sociale, il problema non è contemporaneo ma antico. Nei secoli passati, la cultura è sempre stata appannaggio delle classi più abbienti, sia per quanto riguardasse gli studi che il possesso e la fruizione dei beni culturali. Anzi, il divario era ancora più netto. Le classi povere, la plebe, dovevano accontentarsi, il più delle volte, della fruizione orale, sia in ottica formativa che nel campo dell’intrattenimento. Con tutti i limiti – ed i problemi dovuti al modo “personale” di riportare fatti, storie e teorie – del caso. Non è un caso se le opere di tanti artisti, il loro ingegno e la loro creatività, hanno potuto prendere forma e vedere la luce solo grazie ai ricchi mecenati che le sponsorizzavano. Come si diceva una volta, con una frase legata all’ambito religioso (del resto, non è un caso se la cultura nei secoli passati era molto spesso connessa proprio a questo contesto specifico), “senza soldi non si cantano messe”.
La soluzione? Un menu alla carta, piuttosto che un *all you can eat*.
Ma oggi, come si può sopperire a questo gap? I media tecnologici spesso ci fanno credere in una facile illusione, ossia la possibilità di avere “tutto”, di conoscere “tutto”, di fruire di qualsiasi cosa. Quello che manca oggi è una reale capacità di effettuare una selezione. Una scelta. Sapere in che direzione andare quando ci si trova di fronte ad un bivio o, più spesso, ad una vera e propria ramificazione di sentieri e percorsi. Solo in questo modo è possibile ottimizzare le proprie risorse in modo “utile” e scegliere una strada da percorrere nella direzione della propria crescita personale. Una spesa da affrontare, certo, ma mirata. E con un po’ di pianificazione, probabilmente un po’ meno pesante da affrontare. Del resto, meglio essere specializzati in qualcosa che dare l'idea di essere la piccola enciclopedia popolare "Non tutto, ma di tutto", no?
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